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L'arte
coreutica tra poesia e ispirazione
di Enrico Pietrangeli
Recensione del libro: Danza araba medioevale e danza interpretativa
della poesia araba: una ipotesi di ricostruzione
Edizioni Akkuaria – 2006
E’ un manoscritto ottomano del XV secolo a
scandire il verbo divino nella sua potenza
generatrice di melodia. Dal suono, intimamente
connesso alla poesia, si evoca una danza che,
nella tradizione aniconica islamica, non resta
che ipotizzare.
La Sales lo fa attraverso questo breve ma
consistente trattato, sintesi di lunghi anni che
la vedono protagonista nella coreutica,
soprattutto in ambito universitario, anche con
seminari e conferenze, attingendo tanto da il
sama dei Sufi quanto dal kathak indiano a
tutt’oggi praticati. Una ricerca nella “ricodificazione”
sostenuta con basi teoretiche, che preserva
l’integrità di un modello medievale ancora
caratterizzato da un approccio simbolico
piuttosto che analitico. Al-Farabi e al-Mas‘udi
sono i due pilastri di riferimento dell’autrice.
Per mezzo delle loro opere, al di là degli
aspetti speculativi, sono rese più tangibili
talune forme della danza araba medioevale, in
particolare l’utilizzo del corpo come “strumento
a percussione” e l’innesto dell’interpretazione
mimica. Ottimi i riferimenti storici qua e là
riprodotti in sintesi e note per meglio ampliare
la visione del lettore; quelli più pertinenti
l’indagine prodotta sono relativi alla dinastia
abbaside, momento in cui è fiorente “il processo
di acquisizione dell’eredità culturale greca”.
Un ruolo determinante, in questa mediazione, lo
ebbero anche alcuni cristiani nestoriani, come
ibn Ishaq, che finirono col trovare il loro
ultimo rifugio in Mesopotamia. Interessante
come, nella centralità del suo razionalismo
aristotelico, al-Farabi consideri la musica
inferiore alla poesia poiché il suo “contenuto
sensibile” è più consistente rispetto al
versificare che, in ultima analisi, è più
vincolato a contenuti raziocinanti nel suo
indagare i piani emozionali; di conseguenza, “il
più elevato degli strumenti musicali”, sarà il
canto umano. Cosmopolita, storiografo e
altrettanto razionalista è al-Mas‘udi,
precursore di un approccio analitico che, per i
tempi, è a dir poco originale e ricco di spunti.
“Mimica, ammiccamento e acrobazia” sono parte di
quegli elementi comparativi che la Sales intende
rielaborare attraverso la kereshme, ovvero la
danza classica persiana ottocentesca, per
affermare un valore del “sentimento” nella danza
cortese anziché quello del “movimento”, proprio
della “coreusi contemporanea araba”. Da
segnalare, seppure soltanto accennato, è quel
“processo simbiotico” tra cultura islamica ed
indiana avvenuto con la dinastia Moghul.
Ragguardevole, come si evince fin
dall’introduzione, la consulenza storica e
teologica, nonché l’apporto di due capitoli, di
Shaykh Abdul Hadi Palazzi. Emergono aspetti
controversi e meno noti al mondo occidentale,
circostanze che, nel corso dei secoli, ci
riconducono ad un Islam dotto e moderato, aperto
al mondo e al progresso; un contesto che, in
Europa, forse vede la sola eccezione di una
figura come Federico II. Partendo da un
grossolano errore interpretativo di von
Sebottendorf, diplomatico tedesco in Turchia
prima della grande guerra, Palazzi ci descrive e
decodifica un esempio di gestualità rituale
Sufi. Le annotazioni di giurisprudenza islamica
mettono in rilievo l’autorevolezza di al-Ghazali,
Sufi e teologo, che pone lo “stato d’animo”
quale elemento atto a discernere la natura
“proficua o deleteria” della musica e della
danza, mentre Ibn al-Jawzi e Ibn Taymiyyah
vengono citati come letteralisti avversi non
solo al suono ma, più in particolare, al sufismo
stesso. La disputa tra una visione spirituale ed
una integralista si è, di fatto, protratta “sino
ai giorni nostri”. Non ci resta che sperare di
vedere ancora fiorire quell’Islam più profondo e
ricco di contenuti tanto artistici quanto
mistici, piuttosto che vederlo miseramente
decadere tra “intolleranza” e “oscurantismo”.
“L’Amore è la mia religione e la mia fede” non è
che un verso di Ibn al-‘Arabi, il migliore, a
mio parere, per concludere nella poesia la
lettura di questo libro.
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