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Danza Classica
dell'Iran: una breve introduzione
di Marialuisa Sales
Prima di trattare della “Danza Classica
dell’Iran”, occorre sottolineare il fatto,
spesso non a tutti evidente, che l’Iran è
linguisticamente, culturalmente ed etnicamente
distinto dai suoi vicini arabi; anche
nell’ambito della danza, le similitudini dello
stile persiano vanno quindi ricercate tra le
popolazioni non arabe dell’area centro-asiatica.
Quando ci riferiamo alla Danza Classica
dell’Iran intendiamo una stilizzazione artistica
di elementi propriamente persiani che, nelle
coreografie più moderne, assimila spunti
coreutici dall’Azerbaijan, dall’Armenia, dal
Tagikistan, dall’Afghanistan e dall’Uzbekistan.
Fondamenti
coreutici della Danza Classica dell’Iran
L'epiteto "classica" generalmnte attribuito a
questo particolare stile è giustificato solo per
quelle composizioni che adottano, in via
esclusiva, una particolare sezione
dell'esecuzione del radif detta reng,
assimilabile al nostro "finale" di un concerto
di musica classica. Gli studiosi tendono
concordemente ad identificare l’origine
coreutica di questo stile nella raqs-e tehrani
(danza di Tehran) cioè nell’improvvisazione
solista nell’ambito di contesti privati (majlesi),
contraddistinta da un ruolo preminente della
gestualità aggraziata e della mimica espressiva,
mentre la parte inferiore del corpo svolge un
ruolo teatrale di secondo piano e di mero
supporto. Questo “improvised solo” è d’altronde
la versione iraniana dell’esibizione femminile
solista che troviamo quale aspetto comune tra le
popolazioni armene, turco-anatoliche, uzbeke,
tagiche ed uighur, sino a giungere al
Mediterraneo Orientale ed ai Balcani.
La Danza Classica dell’Iran è quindi la
stilizzazione artistica e la teatralizzazione di
elementi presenti nella raqs-e tehrani. Benché
essa non abbia subito una codificazione rigida,
analoga a quella del balletto occidentale o alla
Danza Classica Indiana, essa ha tuttavia dei
limiti di stile, attitudini mimiche ed
interpretazioni musicali che sono ben chiari
alle interpreti, limiti oltre i quali non si può
più parlare di Danza Classica dell’Iran.
Brevi cenni storici
Furono soprattutto le dinastie dei Safavidi
(1501-1732) e dei Qajar (1779-1924) a sviluppare
una tradizione di danza di corte cui oggi si
ispira la Danza Classica dell’Iran:
“Le più belle donne in Persia si dedicano alla
danza (…) la squisita simmetria delle forme, la
loro apparente agitazione e la licenziosità dei
loro versi costituiscono incentivi molteplici ad
una passione che – per essere contenuta –
abbisogna di più filosofia rispetto a quanta in
genere ne posseggano i Persiani.”
(E. S. Waring , A Tour to Sheeraz,
Londra, 1807, p. 55)
La Danza Classica dell’Iran sembrò condividere
con la danza indiana una degenerazione storica
che vide queste forme coreutiche associate
all’attività di prostituzione; la danza
professionale riguadagnò lustro e rispettabilità
solo con la nuova corte costituita in seguito al
matrimonio tra lo Shah Mohammad Reza Pahlevi e
Soraya. A partire da quel periodo si sviluppò
una professionalizzazione che consentì la
formazione di vere e proprie compagnie. In
seguito alla rivoluzione del 1979, questo
processo di riqualificazione della danza e delle
arti ad essa connesse subì un brusco arresto, al
punto che oggi la danza iraniana è
prevalentemente una danza della diaspora,
coltivata non più in patria ma nei paesi
occidentali in cui siano presenti ed attive
comunità di esuli iraniani.
L’arte del Bazm
Per tradizione orale alcune esibizioni più
raffinate e specifiche venivano inserite nella
parte conclusiva del “concerto privato” chiamato
Bazm. Quest’ultimo rappresenta un
contesto artistico sovente di difficile
comprensione per un occidentale. Spesso tradotto
come “home entertainment” , il Bazm era
un vero e proprio concerto mistico con una
propria ritualità ed uno specifico obiettivo
spirituale; tale sacralità del Bazm era
implicitamente rispettata dal pubblico e dai
musicisti stessi. Connesso a questa esecuzione è
infatti il concetto di hal, cioè “stato
spirituale ” che trascende la coscienza
ordinaria, veicolo che ha per obiettivo la
condizione di purezza e semplicità spirituale
perseguita dal concerto mistico. In tal senso la
danza, che interveniva nella sezione finale, su
una precisa esecuzione musicale chiamata reng
(generalmente in 6/8, dall’hindi ranga bhumi,
il “luogo della danza”), aveva una funzione
catartica e di “riportare a terra” le energie
del gruppo.
Da ciò nasce l’idea della danzatrice quale
mediatrice tra il Cielo e la Terra, la cui
esibizione, sempre per tradizione orale, è
soggetta a limiti imposti proprio dalla
peculiarità del contesto. Poteva ad esempio
esprimere tutti i sentimenti, con l’eccezione
della sorpresa e della rabbia, ma non doveva
assolutamente assumere un’aria seduttiva o
lasciva, né eseguire gesti bruschi e repentini,
e doveva inoltre contenere le forme di
virtuosismo. Tutti questi sono esempi di
parametri che forse oggi troveremmo molto
limitanti, ingiustificati o bizzarri, ma che
avevano una loro logica sottile data la
peculiarità del contesto. Ci troviamo quindi non
nell’ambito di una danza liturgica, la cui
funzione ci è di più facile identificazione
(come nel caso della Danza Classica Indiana) ma
di una danza che prescinde dall’intento di
veicolare contenuti relativi a miti religiosi
per farsi interprete di una spiritualità che
attiene allo stato dell’essere e non a quello
del credere. Ricordiamo infatti come nell’Islam
la ritualità sia immediatamente incantatoria e
si volga all’incondizionato senza passare
attraverso una fase di meditazione su una forma
fisica o mentale. La stessa esecuzione del
sama’ sufi è infatti una danza sacra che
non è concepita per le cerimonie del tempio e
che anzi ricorda all’uomo come l’unico vero
Tempio sia quello del Cuore.
L’evoluzione
attuale della Danza Classica dell’Iran
Gli interpreti attuali sono generalmente
concordi nel collocare la Danza Classica
dell’Iran in una evoluzione che riconduca questa
forma artistica ad un’unicità estetica ed
espressiva comune alle arti della musica, della
poesia, della calligrafia e della miniatura,
evoluzione in parte interrotta da molteplici
vicende storiche. Numerose compagnie operanti
soprattutto negli Stati Uniti, ove maggiore è la
concentrazione di migranti iraniani,
allestiscono spettacoli teatrali utilizzando
quest’arte come tematica principale, talvolta
con ottimi risultati e talvolta tradendone lo
spirito interiore ed intimistico, creando uno
stile fortemente influenzato dal nostro balletto
classico che, a memoria storica, è basato su
principi profondamente diversi da quelli propri
alla Danza Classica dell’Iran.
Qualora se ne voglia salvaguardare
l’autenticità, va fatto rilevare che la mimica
raffinata e poetica, i gesti sottili,
l’interazione costante con il pubblico e
l’origine intimistica delle rappresentazioni
rendono la Danza Classica dell’Iran inadatta ai
moderni contesti teatrali. Questa danza fu
creata e crebbe nelle corti principesche, nelle
case private e fiorì nelle case da tè, tutti
contesti incomparabili con i grandi spazi
scenici a cui ci ha abituato il teatro moderno.
La preminenza dello “stato” e dell’espressività
rispetto al movimento e al dinamismo fisico
andrebbe indubbiamente persa dalla decima fila
in poi di un nostro teatro all’italiana. Ciò
rende la Danza Classica dell’Iran un gioiello
unico e un po’ elitario in un’epoca di
massificazione e di evoluzione “circense”,
spettacolare e “fisica” della danza. Questa
espressione coreutica è, e rimane,
un’esplorazione ed un’educazione ai molteplici
aspetti dell’Amore d’Unione e di Separazione
espressi dalla musica persiana, così come da
tutte le altre arti di questa millenaria
cultura.
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