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L'Amore d'Unione
e di Separazione nella
poesia sufi
a cura di Abdul Hadi
Palazzi
Introduzione
Sulla
nazionalità del fondatore dell'Ordine dei
Dervisci danzanti, Hadhrat Shaykhuna Jalaluddin
ar-Rumi (1207-1273 e.v.), chiamato dai suoi
discepoli e seguaci "il nostro Maestro" (Maulana),
ancor oggi i popoli della terra non si mettono
d'accordo. Gli Afghani lo considerano uno dei
loro, in quanto nativo di Herat, mentre i
Persiani lo annoverano fra i sommi poeti della
tradizione sufi akbariana nella loro lingua. I
Turchi rammentano però che è a Qonya che pose la
sua sede, e di lì ha diffuso l'Ordine dei
Dervisci Mevlevi (Tariqah al-Mawlawiyyah) in
tutto il mondo.
Maulana ricevette
due iniziazioni fondamentali. La prima, che
restò virtuale per anni, gli trasmise
l'insegnamento del maestro massimo (Shaykh
al-Akbar) del Sufismo, lo Zolfo Rosso Sidi
Muhi-d-din Ibn al-‘Arabi al-Hatimi at-Ta'i
al-Andalusi, qaddas-Allahu sirrah.
Uno dei due principali discepoli di Ibn al-‘Arabi,
Sidi Sadr ad-Din al-Qunawi, fece visita a
Maulana Rumi presso la Biblioteca di Qonya, dove
Maulana insegnava teologia e letteratura. Shaykh
Qunawi chiese: "Secondo quel che dici, tu
condividi l'insegnamento di tutte le settantadue
differenti confessioni religiose. Eppure la
dottrina degli Ebrei non va d'accordo con quella
dei Cristiani, e quella dei Cristiani diverge da
quella dei Musulmani. Com'è possibile?" Rumi
rispose: "Sono d'accordo con tutte quelle
dottrine, e sono anche d'accordo con te circa le
loro divergenze. Sono d'accordo che tanto le
dottrine che le divergenze provengono dalla
medesima Radice." Fu allora che Qunawi potè
trasmettergli oralmente la dottrina di Ibn al-‘Arabi
sui ventisette castoni della saggezza profetica
(Fusus al-Hikam); Maulana la infuse nei versi
del Mathnawi in lingua persiana dopo l'incontro
col Sole di Tabriz.
Anni dopo infatti, un mendicante di nome Shams
ad-Din (Sole della Religione) di Tabriz entrò
nella Biblioteca di Qonyah e, indicando i
preziosi volumi, chiese a Maulana: "A cosa serve
tutta questa roba?" Maulana rispose: "Serve a
uno scopo che tu ora non comprendi." Shams
sorrise, gli manifestò la sua forma ignea, e
ecco, la libreria prese fuoco. Rumi chiese:
"Cosa sta dunque succedendo?", e Shams: "Succede
qualcosa che sino ad oggi tu ora non potevi
comprendere". Maulana svenne avvolto dal fumo, e
Shams fuggì da Qonyah. Ripresi i sensi, Maulana
comprese che Shams era alfine il maestro che
Shaykh Qunawi gli aveva annunciato, ma non fu in
grado di trovarlo. Viaggiò allora da solo per
tutta l'Anatolia, fino al giorno in cui fu poté
scorgerne la traccia del suo passaggio.
Trovatolo, si isolarono dal mondo rinchiudendosi
nell'antro, e furono ininterrottamente dediti
all'insegnamento dell'Amore d'Unione, sino al
giorno in cui il velo di Shams fu sollevato, e
Maulana trovò che la sua amata guida aveva
abbracciato l'eternità.
Nessuno conosce il luogo esatto del loro
incontro nella caverna, ma tornato a Qonya
Maulana smise di insegnare letteratura e
teologia e compose sublimi poemi sulla nostalgia
d'Amore, da accompagnarsi al suono del flauto.
Non consentiva a nessuno di fargli domande su
Shams, eccetto che al suo figlio prediletto,
Sultan Walad. Quando alfine Maulana raggiunse
Shams di là dal velo, Sultan Walad, codificò
l'insegnamento paterno, fissando le norme per la
danza ruotante che i Mevlevi, i Naqshbandi ed i
Qadiri seguitano ad praticare sino ad oggi.
Mathnawi
di Maulana Jalaluddin Rumi
Proemio
Porgi orecchio al flauto, al tono del suo
lamento,
pianto di lugubre esilio dalla dimora dei
giunchi.
"Da quando m'han divelto dal canneto - dice -
i miei suoni dolenti inducono maschi e femmine
al pianto,
poiché il mio petto è in fiamme, e il mio fiato
è tutto un sospiro,
e l'esser separato dalla dimora d'Unione è vita
d'immane pena.
Chi un giorno è stato divelto dall'Origine da
pena d'amore
seguita a guardare impaziente al giorno d'un
beato ritorno.
I miei gemiti danno corpo a melodie infinite,
un concerto che fa prima gioire e poi piangere.
E le mie note, o Amata, s'accordano armoniche ai
tuoi slanci,
mentre i segreti del mio cuore restano al mondo
imperscrutabili.
Il mio arcano non è svelato ricorrendo le note
che fuggono,
poiché né gli occhi, né le orecchie del corpo le
percepiscono.
Il corpo non è velato all'anima, né l'anima al
corpo,
eppure l'occhio dei corpi non vede l'anima nuda.
Il pianto del mio flauto è fuoco, non aria
evanescente;
chi da esso non è incendiato è inerte quanto un
cadavere.
E' il fuoco dell'Amore a far cantare il flauto,
è il fermento d'Amore che rende il vino
inebriante.
Per gli amanti insoddisfatti il flauto è buon
confidente:
mette a nudo slanci segreti e aneliti reconditi.
Esistono forse un veleno e un antidoto migliori
del flauto?
Chi meglio del flauto è in grado di consolarti?
Il flauto ti rivela che il sentiero d'Amore è
insanguinato,
ti dice che l'amante è reso folle giocattolo
d'amore.
A questi sentimenti t'aprirai solo dopo il tuo
rapimento,
come l'orecchio inclina a rubare quel che la
lingua sospira.
I miei giorni, o mia Luce, l'hai resi pena,
travaglio e pianto;
scorrono ad uno ad uno, mentre l'angoscia mi
tiene per mano.
Eppure, nonostante i miei giorni scompaiano, non
li curo
purché tu resti qual sei, splendente e
cristallina.
Ma sappiano: chi non è pesce non resta a lungo
in acqua,
e il giorno non tramonta presto per chi è
privato del pane.
Ecco perché il sobrio non comprende lo stato
dell'ebbro,
ecco perché il mio discorso ora deve farsi
breve.
Sorgi, o Figlia, infrangi la tua catena e sii
libera...
Fino a quando oro ed argento ti manterranno in
catene?
Quand'anche versassi l'oceano intero nella tua
Coppa,
ne conterrebbe la bevuta di un solo sorso.
Ecco, la sete del tuo Amore giammai mi sazia,
e l'Ostrica non palpita finché il suo grembo non
è fatto Perla.
Soltanto colei la cui veste è rapita da violenza
d'Amore
è pura da colpa di una brama impudica.
Gloria a te, Amore, perenne, dolce follia,
Tu che sei la panacea che sana ogni ferita o
morbo.
Se sono affetto da orgoglio e vanagloria,
Tu subito appari qual medico terapeuta.
Eccoti Amore, tu che sei il nostro Platone e il
nostro Galeno!
Sei Tu, Amata, ad esaltare il cuore in un
giardino di delizie,
a far danzare di gaudio ciascuna delle sue
colline.
Sappi, Anima Mia, che fu l'Amore a dar vita al
Monte Sinai,
quando sussultò tremendo, e Mosè giacque
terrorizzato.
Eppure basta che l'Amata mi sfiori con le sue
labbra,
e io - al par del flauto - erompo in soave
melodia,
mentre chi è separato dal tocco della sua
lingua,
pur dotato di cento favelle, tace al pari del
muto.
Quando la rosa è sfiorita, e il giardino mutato
in sterpaglia,
annusando l'aria non s'ode voce d'usignolo.
L'Amata è tutto in tutti, mentre l'amante si
limita a velarla,
L'Amata è la vita d'ogni vivente, ma l'amante è
cosa morta.
Quando l'amante non sente è l'Amore che
s'incrementa.
Ahimè, allora diviene come uccello le cui ali
siano tarpate...
Come dunque eviterei di perdere i sensi,
quando rifiuti donarmi la contemplazione del Tuo
Volto?
Questo segreto, mia Luce, lo bramo allora di là
dal velo.
Lo specchio che non riflette a nulla giova.
Ma lo sai perché il tuo Specchio rifiuta di
riflettermi?
Solo perché la sua superficie è coperta di
ruggine.
Basterebbe dunque purificarlo e detergerlo
per fargli riflettere i bagliori di un Amore
divino.
O innamorati, questa favola chi mai ve l'ha
raccontata
palesandovi l'essenza del mio stato con
similitudini?
Arcano d'Amore
Mi
chiedi chi ama davvero? Chi è in preda alle
pene.
E quale organo scherza quando il cuore è
ansioso?
La medicina che cura l'amore non si trova
dall'erborista:
resta un mistero divino al pari dell'astrolabio.
Correte pure, insensati, rincorrendo passioni
effimere,
ma guai a voi se l'Amore regale d'improvviso vi
ghermisce.
Ma come pretendete che quell'Amore sia
descrivibile,
se spesso ci fa vergognare delle nostre stesse
parole?
Pensate che le parole ve lo rendano più
presente,
mentre quell'Amore è bello come Mistero
inesplicabile?
Certo, corre la penna mentre vergo queste sue
lodi,
ma se scrivo di quell'Amore la sua punta si
spezza.
Ecco, guai a scrivere sull'amore sublime!
S'infrange la penna, e la pergamena si lacera.
L'intelletto s'affanna, eppur non lo comprende:
sì, solo l'Amore spiega quel suo mistero agli
amanti.
Potrebbe forse il Sole splendere senza Luce?
O mia Lampada, se lo scorgi non distogliere lo
sguardo.
La sua traccia è resa manifesta dalle ombre,
ma solo il suo splendore ha alito di vita.
L'ombra induce al riposo, come le confidenze
serali,
ma quando il Sole sorge all'alba la Luna viene
spaccata.
Nulla al mondo ferisce più nel profondo,
ma il Sole dell'Anima mia non tramonta e non ha
passato.
Il cielo di questo mondo ci mostra un unico
sole,
ma un cielo dai soli molteplici chi ci vieta
d'immaginarlo?
Eppure il Sole dell'Amata non s'interseca col
firmamento:
nessuno l'ha mai visto, né in astratto, né in
concreto.
E' Amore d'Unione, essenza inconcepibile;
non lo comprende l'intelletto, né lo coglie lo
sguardo.
La storia del
mercante e del pappagallo
C'era
una volta un mercante che teneva un pappagallo
in gabbia. Il suo lavoro lo indusse a partire
per l'India, e allora chiese al suo pappagallo
se avesse un qualche messaggio per i suoi simili
di quel continente. Il pappagallo si limitò a
rispondere: "Dì loro che me ne sto chiuso in una
gabbia". Il mercante diede la sua parola di
messaggero, e trasmise il messaggio al primo
gruppo di pappagalli che incontrò sul suolo
indiano. Udite quelle parole, uno di loro cadde
a terra e ne morì immediatamente. Tornato in
patria, il mercante accusò il pappagallo di
averlo reso latore di un messaggio mortifero, ma
appena ebbe ascoltato questo rimprovero anche il
pappagallo del mercante cadde a terra morto,
proprio come il suo simile indiano. A quel punto
il mercante tolse il cadavere del pappagallo
dalla gabbia e fece il gesto di gettarlo via,
quand'esso riprese invece vita e fuggì volando,
spiegando che il pappagallo indiano si era
limitato ad indicargli la morte come via di fuga
dalla gabbia.
Il sonno del corpo
desta l'anima
Ogni giorno Tu affranchi i nostri spiriti dai
corpi
rendendoli lisci come tavole piallate.
Ogni notte apri agli spiriti la loro gabbia,
senza che dominino o che vengano dominati.
Di notte il recluso ignora la sua prigione,
così come di notte il re non sa d'essere
sovrano.
Nessuno si cura di quel che perde o di quel che
guadagna,
nessuno pensa a questo oppure a quell'altro.
Simile è lo stato del sapiente, anche da
sveglio.
Dio dice: "Pensi ch'egli sia sveglio,e invece
dorme."
Quanto alle cure mondane, egli dorme notte e
giorno,
e scorre come penna in mano allo scrittore.
La mano che verga lo scritto neppure la vede.
Colui che non vede la mano mentre muove la penna
suppone che sia il moto della penna a causare lo
scritto.
Se il sapiente divulgasse i dettagli di questo
stato
la gente comune sarebbe privata in perpetuo del
sonno.
La sua anima vaga in un deserto che non ha
eguali:
sia l'anima che il corpo trovano una pace
perfetta.
Non desidera più né bere, né mangiare,
come un uccello sfuggito alla gabbia e alla
catena.
Quando però lo riaggiogano alla catena
chiede subito aiuto all'Onnipotente.
Laila e il califfo
Il
califfo chiese a Laila: “Sei tu dunque colei
per cui Majnun ha perso ragione e senno?
Eppure non sei più bella di tante altre
fanciulle.”
Le rispose, “Taci. Dici questo perché tu non sei
Majnun!”
Se ti fosse donata la vista di Majnun
Ammireresti i due mondi con un solo sguardo.
Tu sei cosciente, mentre Majnun ha trasceso se
stesso.
In Amore esser desti è il peggiore dei
tradimenti.
Più l'uomo è desto, più all'Amore è cieco;
esser desti, in Amore, è peggio che assopirsi.
E' lo stato di veglia a incatenare i nostri
spiriti,
quando le anime nostre sono in preda a inutili
brame,
a possesso e perdita, al timore dell'abbandono.
Allora non vi è più purezza, né dignità, né
onore,
né desiderio di ascendere al cielo.
E' davvero assopito colui che insegue ogni desìo
e che su ogni quisquilia intavola discussioni.
I dodici volumi di
teologia
C'è un
distinto volume per ciascun argomento,
e ciascun volume ha uno stile specifico.
Ciascuna regola si applica a un caso
particolare,
l'una contraddice l'altra, dall'inizio alla
fine.
Una afferma che solo col digiuno e l'ascesi
si raggiunge lo stato della vera devozione.
L'altra sostiene che l'astinenza a nulla giova
e che il mezzo supremo è una carità sincera.
Un'altra ancora però dice: "I digiuni e le
offerte
servono al tuo orgoglio per farti uguale a Dio.
La fede in Dio e l'abbandono nelle Sue mani,
sono più che sufficienti, ed il resto è vano".
Un'altra ancora dice: "Servono le opere;
morta è la fede che non produce opere di bene".
Ma un'altra ribatte: "Proibizioni e obblighi non
servono
ad essere rispettati, ma a mostrare l'umana
fallacia,
a farci prendere coscienza della nostra
debolezza
e indurci a confidare solo nella divina
potenza."
E un'altra ancora: "Guardare all'umana debolezza
è ingratitudine verso il Misericordioso.
Abbiate cura dei vostri poteri, perché è Dio
che ve l'ha donati, e dipendono dalla Sua
grazia."
Un'altra sostiene: "Ignora potere o mancanza:
tutto ciò che distoglie da Dio è nient'altro che
un idolo"
Ma un'altra ancora dice: "Non spegnere la tua
torcia
ma fanne una luce che risplenda per i tuoi
simili.
Se la tua torcia viene trascurata
a mezzanotte si estinguerà il fuoco di Unione"
All'opposto una dice: "Spegni quella torcia
senza timore,
perché quando sarà spenta sorgeranno le
beatitudini.
Quando si spegne la torcia l'anima gioisce
e la tua Laila diviene fiera come il suo Majnun.
Se qualcuno - per amore di Dio - rinuncia al
mondo,
avrà il mondo sempre con sé dovunque si sposti."
Ma un'altra regola dice: "Tutto quel che Dio ti
ha donato
del Suo creato immenso, quel che ti ha reso
gradevole,
piacevole e disponibile, godilo pure con gioia;
non tormentarti con privazioni vane."
La regola opposta però dice: "Abbandona
tutto quel che possiedi, e sii libero da brama!"
Ah, quanto diverse son le strade che ci appaiono
e ciascuna di esse ha una sètta che la segue!
Se trovare la retta via fosse cosa semplice,
non c'è giudeo o gentile che non la seguirebbe!
Vi è anzi chi dice: “La retta via è
irraggiungibile,
giacché la vita del cuore è divorata dall'anima.
Qualsiasi godimento dell'uomo mondano
non produce frutti, nemmeno aridi o salsi.
Seguire la via produce solo rimorso
e chi la rincorre va solo incontro a sconfitte.
Cercarla non produce alcun valido profitto,
ma anzi conduce alla bancarotta certa.
Impara a distinguere il profitto dalla
bancarotta,
valuta a fondo ciò che perdi e ciò che ottieni."
E vi è chi dice “Scegliti un valida guida,
ma nemmeno la guida garantisce il risultato."
Ogni sètta produce congetture sulla Mèta
e per questo i settari finiscono in preda
all'errore.
Prevedere il risultato non è un semplice
trastullo,
altrimenti tante divergenze non sarebbero mai
sorte.
Una dice: “Sii il maestro di te stesso,
giacché tu conosci chi è il Maestro supremo:
sii dunque uomo, e non bestia caricata da altri!
Segui la tua propria via e non perdere la
testa!"
Un'altra dice: “Tutto ciò che vediamo è Uno",
e chi parla così lo fa perché ha la vista
doppia.
Un'altra ancora dice: "Cento è uguale ad Uno",
ma chi afferma una cosa del genere è in preda a
follia.
Ogni volume è confutato da opposti sofismi,
da quanto lo contraddice nella forma e nella
sostanza.
Questo si oppone a quello, dall'inizio alla
fine,
Come se antidoti e veleni fossero mescolati.
La gelosia divina
Il
mondo intero sembra geloso di se stesso,
eppure Dio lo supera nella Sua gelosia.
E' come se Dio fosse un'anima, ed il mondo un
corpo,
poiché bene e male derivano al corpo dall'anima.
Colui cui viene aperto il santuario della vera
preghiera
considera biasimevole il tornare alla religione
ordinaria,
così come colui che custodisce gli abiti del Re
troverebbe vano occuparsi di vane quisquilie.
Chi mai, una volta ammesso alla camera reale,
perderebbe tempo attardandosi sulla porta?
Quando il Re gli concedesse di baciargli la mano
si limiterebbe egli forse al bacio del piede?
Sebbene baciare i piedi sia un segno di
rispetto,
vi sono casi in cui il Re stesso attende ben
altro bacio.
Se dopo aver visto il suo Volto, l'uomo pensasse
al solo profumo,
la collera del Re monterebbe mista a gelosia.
Ma la gelosia divina cresce come un grano
d'orzo,
mentre quella umana è sterile e improduttiva,
poiché è solo specchio impuro dello slancio
divino
che incessantemente distrugge quanto da Lui si
fa altro.
Ma è bene che su questo argomento ora io mi
taccia
pensando alla collera immane del benefattore
sommo.
"Perché dunque hai abbandonato fede e devozione?
Perché oggi distingui fra il credente e l'empio?
Perché ha dimenticato il volto dell'Amata
e osi ora distinguere in Lei ciò che gradisci e
biasimi?"
Lascia dunque che io ti risponda e mi lamenti
del tuo rigore aspro e del tuo giudizio
benevolo.
Piango, eppure il pianto ha al mio orecchio un
suono dolce.
E' dunque Lui che tanto bistratta e tormenta
quel che ha creato!...
come potrò sfuggire alla mano del Suo pronto
castigo?
Come eviterò di essere fra quanti da Lui sono
stati stregati?
Come non mi ridurrò a una notte priva del Suo
giorno?
Eppure la Sua amarezza per la mia anima è assai
dolce
e il mio triste cuore è mutato in vivente
sacrificio d'Amore.
Delle pene e dei dolori sono ormai quasi
innamorato,
poiché mi avvicinano a quel Re che non ha pari.
La polvere del mio dolore diviene il collirio
dei miei occhi,
di quegli occhi che s'ornano di perle al par
degli oceani.
Le lacrime che verso umiliato dal castigo
sono perle finissime, pur sembrando acqua salsa.
Mi lagno della perdita dell'Anima della mia
Vita,
anzi, neppure mi lagno, ma narro solo il mio
caso.
Il mio cuore mi dice: "Vedi come ti ha ferito!",
ma io rido di quelle che paiono essere le mie
ferite,
e dico anzi: "Rendimi dunque giustizia,
poiché Tu sei la Sovranità di un ampio Trono
ed io solo uno stipite della Tua Porta."
Ma, a voler parlar franco, che valgono il Trono
e la Porta?
Chi è "il noi" e chi è "l'io" quando è presente
l'Amata?
Grido a Te che sei immune dalla follia del "noi"
e dell'"io".
a Te che pervadi lo spirito degli uomini e
quello delle donne,
poiché laddove uomo e donna diventano uno, Tu
sei Uno,
e quando dall'amplesso si sciolgono Tu resti
Uno.
Ecco, Tu ha creato "noi" ed "io" per questo solo
scopo:
per giocare a scacchi da solo con quelle vane
pedine.
Quando però "noi" ed "io" li fonderai in
un'unica anima,
allora il Tuo Amore per gli amanti sarà reso
manifesto:
allora "noi" ed "io" saranno diventati un
mistero unico,
perduti e assorbiti nel segreto dell'Amata.
Sono queste verità arcane, vieni dunque, o
Amore!
Vieni Tu che trascendi spiegazioni e
descrizioni!
Potrà mai forse vederTi l'occhio che è fatto di
carne?
Può la mente umana concepire che vai in collera
e sorridi?
Possono forse i cuori umani ansiosi,
spesso turbati dai Tuoi sorrisi e dai Tuoi
rimproveri
innalzarsi a contemplare la Tua visione
intangibile?
Sorrisi e rimproveri ci hanno ormai stregati;
come potrebbero restituirci la Vita?
Ormai sappiamo che il Giardino d'Amore è fertile
e sconfinato,
che contiene ben altri frutti oltre a gioie e
dolori.
Per questo l'amante trascende gioia e
contrizione
e resta fresco e verde, sia in autunno che in
primavera!
O bello, paga dunque il fio della tua bellezza,
narra la storia della tua Amata in ogni suo
sospiro.
Pur se ormai è lontana, pur se i suoi occhi non
mi vedono,
seguitano a infliggermi ferite come quando li
contemplavo.
Le avevo dato il mio sangue da bere, se l'avesse
gradito,
ma solo per averle chiesto "E' giusto?" oggi
m'ha abbandonato.
Perché alle nostre grida ormai fugge lontana?
Perché il tuo dolore lo riversi in piena sulla
terra dei dolenti?
Eppure ad ogni nuova alba tu sorgi radiosa da
Oriente,
e sei vista zampillare come Fonte che mai
s'asciuga.
Quali scuse accampi allora per i tuoi sortilegi?
Dico che le tue labbra son ben più dolci dello
zucchero,
e che ad ogni tuo respiro la vita del vecchio
mondo si rinnova,
e per questo ti chiedo implorante d'ascoltare
il grido di un corpo e di un'anima che son
restati senza vita.
Per amore di Dio, cessate di parlarmi del
Roseto,
e parlatemi invece del Bocciolo che ne è stato
reciso.
Il mio ardore non nasce né da gioia, né da
sofferenza,
e i miei sensi non inseguono né illusioni, né
fantasie.
Tutto ciò è ben diverso, per me che sono un
estraneo.
Non negarlo! Di fronte a un dio onnipotente,
oseresti tu intercedere per i miseri mortali,
chiedendo misericordia quando s'avvicina il
castigo?
Ignora dunque sia la misericordia che il
castigo,
poiché entrambe sono per natura transitori,
mentre quel dio si porterà in eredità tutti i
loro frutti!
Stamani dunque, o Protettrice dell'Alba,
giustificami alla presenza del Signore della mia
sorte.
Saresti in grado di giustificare persino l'anima
del mondo,
tu che sei Anima delle anime e Gemma della Vita!
La luce della mia alba non è altro che un
riflesso del tuo fulgore,
e splende al mattino godendo della tua
protezione.
E ogni volta i tuoi doni mi rendono come ubriaco
ed un vino che è spirito seguita ad invadermi di
questa gioia.
Il vino d'uva invece non mi fermenta in petto
e le mie sfere si attardano nelle loro
rivoluzioni.
Ecco, è il vino che è ebbro di me, non io del
vino!
Il mondo è nato in me, non io in lui!
Sono dunque come un'ape, ed il mondo è cera,
sono io che ho creato il mondo modellando la
cera.
Perché Dio viene
chiamato "la Sposa"
La
notte delle nozze con Safiyya nostra madre,
sino al mattino il Profeta Mustafa restò
assorto,
e l'alba non lo destò dal suo sonno beato.
Non udì la chiamata del muezzin, saltò la
preghiera dell'alba
e la recuperò quand'era già mezzogiorno.
Fu così che durante la notte del matrimonio,
la sua anima pura baciò le mani della Sposa.
L'Amata e la Sposa sono occulte e velate:
non fatemene una colpa se Dio Lo chiamo "Sposa".
Per timore del mio Signore avrei mantenuto il
silenzio
s'Egli m'avesse concesso un attimo di tregua.
Mi ha invece detto: "Svela questo segreto,
è volontà di Dio ch'esso sia conosciuto.
Soltanto chi pensa alle colpe può accusarti per
questo
e come può un puro spirito occulto pensare alle
colpe?"
Amore giallo
Le
guance dell'amore ti aprono al mistero,
ti dicono: "Abbandona gli amanti indifferenti
dalle cui bocche esce un alito che raggela".
Le guance dell'amore sospingono di là dalle
forme,
non alludono a sentimenti, ma a un incantesimo.
Finché resti argilla non potrai mai volare
nell'aria;
prenderai il volo quando sarai reso polvere.
Se non diventi polvere da te stesso, provvederà
la morte
e dei tuoi desideri resteranno solo vani
rimpianti.
Quando il tuo Signore ti avrà dissolto in
cenere,
come mai potrai divenire una perla rara?
Le foglie ingialliscono, ma l'albero ha radici
sempre nuove:
ogni giorno spuntano foglie colme di linfa
verde.
Perché sembri accontentarti di un amore
che di giorno in giorno ti rende sempre più
giallo?
Diwan-e
Shams
di Maulana Jalaluddin Rumi
Assenza
Ti interroghi sul mio stato? Eccomi dunque:
son disperso ormai nell'intimo, ubriaco e
tremante.
Sotto le multicolori vesti che agghindano le
forme,
resto come un'illusione d'acqua modellata dal
vento.
La Tua assenza mi carica del gravame
dell'esistenza
porto sulle spalle un mondo privato di senso.
Qual è la vanità di uno specchio senza immagine?
Privo della Luce Amata ormai qual bagliore vi
splende?
La Luna
All'alba nel firmamento una Luna è apparsa,
è scesa dal firmamento e mi ha rivolto lo
sguardo.
Come falco che ghermisce un uccello qual preda
quella Luna mi rapì e tornò rapida in cielo.
Quando guardai a me stesso non mi trovai più,
ché in quella Luna
il mio corpo per grazia sottile s’era fatto
anima pura.
E quando viaggiai entro l’anima non vidi altro
che Luna
finché il mistero dell'eterna epifanìa mi fu
svelato.
I nove cerchi del cielo s’erano immersi in
quella Luna,
e la barca dell’essere mio s’era tutta in quel
Mare ascosa.
Si franse d’onde quel Mare; tornò la ragione
e lanciò il suo grido: "Così fu, così avvenne."
Spumeggiò, quel Mare, e da ogni frammento di
schiuma
apparve un disegno, la vaga fattezza d'un corpo.
Ogni frammento di schiuma che prese forma in
quel mare
subito nel mare si fuse ed in esso disparve.
Senza l’aiuto del mio Signore, del Sole divino
di Tabriz,
non si può vedere la Luna, non si può essere
Mare.
Vita, fede e
miscredenza
Tu sei la mia vita, la mia fede e la mia
miscredenza.
Cambia la mia pietra senza valore in un
gioiello,
Trasforma dunque la mia miscredenza in fede!
Dona un'anima al mio corpo e guarisci la mia
malattia,
Perché Tu sei la mia malattia e la sua
guarigione.
Quando mi guardi, donami una luce eterna,
Così ch'io possa cantare senza posa: "Io sono in
Te e Tu sei in me".
Cambia il mio ferro in oro e dona nuova vita
alla mia carne.
Sei un oceano illimitato; colma dunque l'oceano
di gioielli!
Sei così ricco di attributi che io ne resto
stupito.
Quand'anche Tu mi donassi del veleno
io sarei certo in grado di mutarlo in dolcezza.
Il Volto
dell'Amata
di Shaykh Sa'di
"Per quando ancora l’Amata mi sarà celata?,
fino a quando i miei occhi seguiteranno a
piangerla?
Quando ancora io, destinato all'Unione,
soffrirò per questa mia Separazione?
Da quando sono lungi dall’Amata
il mio occhio di piangere non cessa.
Non c’è cura al mondo per la mia pena
perché l'unica cura è contemplare il suo Volto."
Zuleikha e
Giuseppe
di Shaykh Ahmad Jami
"La pianta dei suoi piedi era arcuata come luna
crescente,
e le sue unghie erano stelle che raspavano il
terreno.
Quando il suo aratro lasciava un solco inciso
ne sgusciavano asteroidi come corteo lunare.
Il suo incedere era come cavalli al galoppo
e il dardo che traeva dalla sua faretra
centrava il bersaglio lasciando inerme la preda.
Il suo colpo fluiva come giara mai vuotata,
come il lampo fende rapido l'oriente e
l'occidente.
"Sei tu, Giuseppe, che hai infranto l'urna del
mio onore,
tu che ora mi sei pietra di scandalo ovunque io
mi volti.
Dovrei allora cadere infranta: la tua menzogna
mi ha vinta
il giorno che m'ha ferito il cuore con la sua
violenza.
"Conoscevo io forse quale grande sventura
fosse il prostrarmi a te e mutarti nel mio dio?
A te ho alzato lo sguardo, e n'è nata una
tragedia
che mi fatto rinunciare alla felicità nei due
mondi.
Dal tuo dominio oggi sarò alfine libera,
spargendo al vento le gemme della tua signoria."
E mentre così parlava impugnò un'ascia
e mandò in pezzi il simulacro dell'Amato.
L'idolo cadde infranto, privo di significato,
ed ella si illuse d'aver trovato la quiete.
Fece il bagno, s'avvolse e sospirò pentita,
con un cuore di sangue ed occhi di lacrime,
si prostrò nella polvere e lanciò la sua
supplica:
"Tu che ami chi dal tuo amore è umiliato,
tu cui si prostrano gli idoli, chi li forgia e
chi li adora,
ecco, Tu presti all'idolo il Tuo splendore,
e il suo volto confonde colei che l'adora.
Ma il Tuo amore paralizza chi scolpisce
e l'idolo diviene tomba di colei che l'adora.
Si inchina allora all'immagine, ma erroneamente
suppone
di poterti amare come se non fosse già affogata.
"Questo, o Padrone, è il torto che faccio a me
stessa,
da quando il mio occhio seguita a rincorrere il
mio idolo.
Rendimi dunque quella pace per cui T'imploro,
e sana le piaghe che ha impresso nell'anima mia:
recidi dunque la rosa di Giuseppe dal mio
giardino.
- "Dov'è la tua bellezza - le fu chiesto - dove
il tuo orgoglio?"
"Sono spariti - rispose - dal giorno in cui ti
ho abbandonato"
- "Dov'è oggi, anima mia, la luce dei tuoi
occhi?"
"E' spenta in lagrime amare dal giorno in cui
t'ho perso"
- "Perché il tuo corpo è come cipresso che non
s'erge?"
"Per via della tua assenza e dei miei lugubri
lamenti"
- "Dove sono la tua perla, il tuo oro e il tuo
argento?,
dov'è il diadema che sempre ornava il tuo capo?"
"L'ancella che mi narra le lodi del mio Amato -
rispose -
sparge sul mio capo perle e rimpianti di rara
bellezza.
Quei segreti le fanno meritare una degna
ricompensa,
e per questo tutti gli ori e gli argenti l'ho
gettati ai suoi piedi.
Sul capo le ho posto una corona d'oro puro,
mentre per mia corona ho preso la polvere della
sua voce:
ecco come lo scrigno dei miei preziosi s'è
prosciugato.
Oggi io sola sono lo scrigno dei beni del mio
Amato.
"Come potrei non amarti, ora che ti amo con la
pena
che non è infranta da anni d'assenza
che mi hanno prostrata, e poi resa sdegnosa?
Ecco, le mie parole non conoscono pausa,
e la passione non farà di me una vittima:
mi pento ogni giorno di me stessa, ma non di Te.
"Il mio amore è puro, senza neanche un grano di
ruggine,
e la mia nascita in esso è stata un rapimento
arcano.
Amo al modo degli angeli adoranti,
non cerco, non bramo e non sperò alcunché.
La mia fede è diventato il mio Amato,
che ha stampata la fede nel suo sopracciglio.
"La tua debolezza mostra quanto sia fragile
quel che i ciechi mortali chiamano benessere.
"Io, mia Luce, ti ringrazio e non ti biasimo
per i dolori d'amore che tanto m'annientano.
E il dio che adoriamo è proprio l'Unico mio
amato,
Colui che volge il mio destino al passo estremo,
Colui che ha insegnato al mio cuore la lezione
che rende vizi e virtù privi di significato.
"E nell'attimo ci ha uniti nello svelamento
d'un perfetto bene che sparge Amore totale."
A queste parole risorge la bellezza ch'era data
per morta,
e la sua guancia riacquista quel rossore ch'era
sparito.
Torna a fluire la fonte che sembrava inaridita:
sparisce la canfora e riemerge il muschio,
mentre alla grigia sera segue una notte nera.
Il cipresso torna a drizzarsi svettante nel suo
cielo
e l'argento si monda dalle scorie d'impurità.
Dagli alberi nuovamente verdeggiante scompare il
bianco
e il narciso si fa nero di bellezza e luce.
"Tutto ciò che il mio cuore desìa,- dice
Zuleikha -
E' d'esserti vicina, di sederti al fianco,
di poterti ammirare durante il giorno,
e poggiare la mia chioma ai tuoi piedi la notte;
stendermi all'ombra del cipresso e suggere
il miele che sorga dal tuo labbro di rubino,
sanare l'anima mia col soffice balsamo che tu
spalmi:
null'altro desidero e niente più bramo.
I ruscelli del tuo Amore infondono vita nuova
e i campi riarsi se ne dissetano mentre Tu
scorri."
Così parlò l'Angelo: "Per te, o Re
porto un messaggio dal Signore dell'alto:
i miei occhi l'hanno contemplata umiliata
e il senso della sua preghiera è stato accolto:
l'anima sua da pena è liberata
e a te l'affido dall'alto del Trono."
Il Canto
del Soccorso
del Ghawth al-A'zham Shaykh 'Abdu-l-Qadir
al-Jilani
L'amore m'ha versato coppe d'Unione,
e allora ho ordinato all'oste: "Porgimi il
calice!"
Ho accostato il vino, ma quando era ancora nei
calici
io già n'ero inebriato e gli amici già ne
gustavano.
Allora ho detto ai Poli: "Accostatevi al mio
stato.
con coraggio seguitemi e schieratevi fra i
miei!"
"O miei cavalieri, con coraggio bevete,
anche se non comprendete questa ascesa
nell'Unione"
E' eccelso lo stato di ognuno di voi, eppure
il mio stato trascende il vostro e non mi
raggiungerete
Ho qui una presenza incomparabile e senza pari,
passo da stato a stato e m'è sufficiente un
Signore Maestoso.
Fra gli Sceicchi del mondo, ecco, appaio simile
a Falco.
A chi fra gli uomini è mai stato concesso nulla
di simile?
L'Amato mi ha donato una vesta d'eccellenza
e sul mio capo ha posto una corona di
perfezione.
Mi ha infatti rivelato l'antico segreto
mi ha reso un grande onore con la promessa
adempiuta.
Allora mi ha posto come sovrano di tutti i Poli
e il mio ordine è eseguito oggi, sempre e
dovunque.
Se invero narrassi quel segreto agli oceani
si estinguerebbero di colpo divenendo aridi,
Se lo rivelassi alle montagne,
arrossirebbero di vergogna trasformandosi in
polvere,
Se invece lo sussurrassi sopra il fuoco
si estinguerebbe per parole di intimità sublime,
Se lo bisbigliassi all'orecchio d'un cadavere
risorgerebbe dai morti con la forza del
miracolo.
Ogni mese mutano i cicli del cosmo,
eppure tutto quel ch'ivi succede mi trova
presente.
Quanto accade lo conosco sempre in anticipo
e apprendo immediatamente quel che non potere
comprendere.
Seguitemi dunque, e fatevi coraggio al mio
fianco:
fate quel che volete sapendo che il mio nome è
eccelso.
Non abbiate timore perché il mio Signore è
Allah.
Mi consentito d'innalzarmi sino a che ho
realizzato la mèta.
Trombe fra cielo e terra hanno proclamato questo
stato
e araldi hanno annunciato la sua beatitudine.
Le città di Allah sono ormai un regno sotto il
mio comando
ed i miei tempi son già tutti già risolti in
anticipo.
Quando guardo alle città di Allah, tutte quante
le trovo connesse e della grandezza di un atomo
Tutti gl'iniziati sono posti sulle orme di
qualcun altro,
ma io seguo le orme di Muhammad, luna piena
perfetta.
O miei discepoli, non temete i miei nemici,
perché invero
sono un fermo guerriero nel combattimento
Vengo da Jilan e Muhiddin è il mio appellativo,
sono ben conosciuto in cima ad ogni montagna.
Sono della Casa di Hasan e la mia stazione è
detta Makhda':
poggio i piedi sul collo di tutti gli iniziati.
Abdul Qadir è il mio nome ben noto.
D'ogni perfezione è fonte il mio Antenato.
L'interprete dei desideri
di Shaykh al-Akbar Muhiddin Ibn al-'Arabi
O colombe che popolate gli alberi di Arak e Ban,
abbiate pietà!
Non raddoppiate le mie pene coi vostri lamenti!
Abbiate pietà! Non rivelate, con i vostri
lamenti e il vostro
o col vostro pianto i miei desideri e le mie
segrete pene!
Sera e mattina le rispondo con triste pianto
di un uomo in preda al desiderio, col lamento
d'amante appassionato.
Gli spiriti si fronteggiano l’un l’altro nel
folto degli alberi di Ghada,
piegano i lori rami verso di me e il loro
piegarsi mi annulla.
E inducono in me ogni sorta di brama tormentosa,
di passione e d'afflizione mai provata.
Chi mi darà certa promessa di Jam' e di al
Muhassab di Mina?
Chi di Dhat al Athl? Chi di Na'am?
Attimo dopo attimo, avvolgono il mio cuore
con estasi e tormento, baciando i miei pilastri.
Proprio quando L'Eletto del creato gira attorno
alla Ka'ba
l’evidenza della ragione la proclama imperfetta.
Pur essendo Profeta, egli bacia quelle pietre,
ma qual è mai il rango della Casa, se paragonata
all’Uomo?
Quanto spesso giurano e fanno voto di non
mutare,
ma chi si dipinge con l'henné non mantiene i
giuramenti.
Fra le somme meraviglie vi è una gazzella velata
che punta con lo zoccolo tinto di rosso e
accenna col sopracciglio,
Una gazzella il cui pascolo è fra le ossa del
petto
e le viscere. Oh, qual meraviglia un giardino
fra i fuochi!
Invero il mio cuore è divenuto atto ad assumere
tutte le forme:
è un pascolo per le gazzelle e un convento per i
monaci,
un tempio per gli idoli e la Ka'ba del
pellegrino,
le Tavole della Torah e il Libro del Corano.
Seguo la religione dell’Amore ovunque le sue
carovane
mi conducano. L'Amore è la mia religione e la
mia fede.
Di ciò abbiamo un modello in Bishr, l’amante di
Hind e in altre storie consimili,
nell'amore di Qays per Lubna, in quello di Mayya
per Ghaylan.
Singolarità
di Shaykh 'Abdu-l-Qadir al-Jaza'iri
Sono Verità e sono creatura,
sono Signore e sono servitore.
Sono Trono e sono giaciglio
e inferno, e sono eternità.
Sono acqua e sono terra
e aria, e sono nuda terra.
Sono qualità e sono quantità,
sono ciò che viene trovato e ciò che si perde.
Sono essenza e sono apparenza,
sono lontananza e prossimità.
Ogni esistenza è la mia esistenza.
Io sono la mia unicità e la singolarità.
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